Dice che Fernanda Pivano, il giorno che sono andata a trovarla col mio amico Michele Concina con la prima copia del "Bravo Figlio" tra le mani mi ha stappato subito dello champagne accompagnato da cioccolatini, e mi ha tenuto la mano stretta parlandomi di Ginsberg, di Dylan e di Burroughs ("...quanto era cattivo...).
Dice che già tre anni fa aveva paura di dormine, e infatti non voleva che la lasciassimo sola nemmeno all'una di notte ("...appena tocco il letto piango..."). 
Dice che Michele le ha raccontato della mia "citazione" nel libro, come la "donna di Hemingway", e che lei c'è rimasta un po' male. 
Dice che qualche settimana dopo, senza dire nulla, ha scritto un lunghissimo e bellissimo articolo sul Corriere, che non so ancora se meritare.
Dice che ora ride, e sta bene.
Grazie Nanda.

Genova, 18 luglio 1917 - Milano, 18 agosto 2009