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Il filosofo pop psichedelico

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da https://ilmanifesto.it/il-filosofo-pop-psichedelico/ del 27 marzo 2019

Note sparse. Si chiama Gioele Valenti ma il nome d'arte è Herself, vive a Palermo e ha pubblicato di recente un album «Rigel Playground».

È maschio, ma usa un nome femminile, vive a Palermo, ma non si fa vedere tanto in giro, fa musica, ma parla come un filosofo. Gioele Valenti, in arte Herself (detto anche JuJu) si presenta in scena con chitarra acustica, tamburello da piede e un effetto che gli trasforma un po’ la voce. E strega il pubblico con ballate dolci seppure oblique, castelli di sabbia immaginari che si sgretolano un attimo prima di diventare reali. Il nuovo disco Rigel Playground (Urtovox), è dedicato alla stella più luminosa della costellazione di Orione, e racconta sette piccole storie di folk apocalittico su strani incantesimi, su realtà e follia, all’ombra di una redenzione che forse non arriverà mai – spiega Gioiele – . Ma che, intanto, canticchiamo allegramente. «Herself è un tributo alla parte femminile, che è la migliore, dell’intero universo. Viene dalle mie letture di archeologia occulta. E dai libri di Kolosimo, Von Dniken, Sitchin e Biglino, autori che mi hanno dato qualche diottria in più da utilizzare nella lettura della realtà».

PASSATO da svariate formazioni, dall’hard rock all’hard core, dal post punk al pre-war folk, è proprio in questi piccoli ritratti surreali che la sua cifra stilistica trova compiutezza: «Le mie canzoni parlano dei meccanismi per cui i conflitti insorgono, relegati in una costante opposizione binaria, ci perdiamo il meglio. L’essere umano è un alieno che ha un grande potenziale. Radicato nel terreno, usa il nutrimento del mondo e si sporca. Il distico produci-consuma-crepa è l’invenzione tardo capitalista per fottere l’individuo. L’individuo ha in potenza il volo».

Gioele Valenti suona come un menestrello acustico sotto lsd, ma parla come un vecchio saggio, che nella sua Palermo fa vita ritirata e non partecipa alla “new wave” in scena oggi: «Ho odiato questa città. Ora vedi migliaia di turisti, il centro chiuso, la bellezza affiorare. Ma da ragazzo Palermo ha significato la morte cerebrale. Potevi solo fare le valigie. Ora riesco a scorgervi delle meraviglie che allora non potevo vedere. Ma questa facciata di multiculturalismo accogliente che l’amministrazione non fa che sbattere in faccia è, a mio modo di vedere, un fake. È la nuova cultura delle élite, dei nuovi, a volte nuovissimi, ricchi. Non dico che la città non abbia fatto qualche passo avanti, ma le radici affondano ancora nelle bieche attitudini dei padri. Basta andare in un ufficio postale, per accorgersene. Ma, tutto sommato, quando torno a Palermo, me la godo».

QUANDO, e quando canta, Gioele si schiude a un mondo fantastico fatto di immagini iridescenti e melodie dolcissime, un tappeto sonoro di chitarre appena pizzicate, organetti ovattati, bassi morbidi e rotondi che rimandano a un tempo che fu. Con tale armamentario poetico ha stregato anche i Mercury Rev, principi della neo-psichedelia americana, che l’hanno chiamato ad aprire i loro concerti italiani: «Mi hanno chiesto molto delle persone, del carattere e dei costumi, della scena musicale italiana e della Sicilia. Della musica italiana conoscono i classici, quelli che noi definiamo stereotipi, ma che per loro hanno un certo valore intrinseco».

MA NON SOLO hanno diviso furgone e palchi: Jonathan Donahue ha impreziosito forse l’episodio più bello del disco, The beast of love. «Testo e liriche sono mie. Lui si è limitato, da impareggiabile poeta quale lui è, a dare il suo contributo vocale, accelerando su particolari crinali che per qualche motivo entrambi conosciamo. La sua voce è una benedizione. “Beautiful song, Gioele, let’s do it”, e così è stato». You’re under a spell, riecheggia la voce leggiadra dell’americano, mentre il palermitano lo osserva e sorride, con i suoi riccioli d’argento che provengono da chissà quali spazi siderali.

 

Ho sognato Bob Dylan e Neil Young...

Ho sognato Bob Dylan. Bob mi chiedeva la mail, gliela scrivevo nel retro di un flayer del suo concerto ma non si scriveva, non riuscivo a scriverla, provavo a scrivere ma le lettere non si componevano. Poi mi giro e c'era anche Neil Young. Io dico nooo, Neil, anche tu qui... Poi è suonata la sveglia...

Dice che Bill Fay...

Dice che Bill Fay tutti pensavano che fosse morto, e invece era solo scomparso. Ma non ha mai smesso di comporre.

Dice che le sue ultime canzoni inedite risalgono a più di quarant’anni fa (due dischi per la gloriosa Decca registrati in studio in tre giorni tra il ’67 e il ’71), e che ora esce il nuovo, bellissimo capolavoro, “Life is people” per la misconosciuta Dead Oceans di Nevada City, Indiana.

Dice che il giovane produttore Joshua Henry, cresciuto con i due vinili di Fay ereditati dal padre, sia volato dall’America al nord di Londra a cercare il “fantasma” di Bill, che nel frattempo campava con lavoretti occasionali come giardiniere, raccoglitore di frutta, uomo delle pulizie e addetto al bancone del pesce dei magazzini Selfridges, ma dice che in tutti questi anni la sua musica era arrivata lo stesso al cuore della gente.

Jeff Tweedy dei Wilco ha spesso suonato dal vivo la sua “Be not sofearful”, i Current 93 di David Tibet “Time of the last persecution”, Nick Cave lo venera, e Jim O’Rourke lo descrive così: “for some this may be a return to celebrate, for others it may be the beginning, but Bill Fay has quel held his head high above the fray of chaos for years with the beauty of his music and the power of his spirit”.

Dice che il trentaduenne discografico abbia convinto il vecchio Bill a tornare in sala di incisione, riprendendo alcuni suoi demo inclusi nel doppio disco postumo “Still some light” a due condizioni: che a suonare con lui ci fossero i vecchi amici di sempre (Ray Russell, Alan Rushton e Daryl Runswick), e che la sua parte di proventi andasse a Medici Senza Frontiere. Dice che quando è entrato in studio, dopo una vita, si è sentito a casa: “I was walking into the unknown, but everything kind of fell into place”.

Anima urbana ma dal cuore verde, Fay racconta la solitudine e l’emarginazione, ma nell’iniziale “There Is A Valley” anche gli alberi, e il potere salvifico della redenzione con una poetica enigmatica degna del migliore Dylan: “Trees don’t speak, but they speak to each other of a people long ago”. E dice che è nella ballata rock “This world” che si compie il miracolo del duetto tra Bill e Jeff Tweedy, che canta una delle strofe più belle e, probabilmente, più vere:

 

This world’s got me on my knees

There was a time when I used to stand tall

Too many years in the factories

Scrubbing floors and walls

 

“Life is people” è un disco semplice, quieto, pacificato, ("Be at peace with yourself”), che mescola il blues dell’anima alla commovente ballata per piano, voce e cello “The Never Ending Happening”, il romanticismo mai stucchevole al rock filosofico.

Dice che le canzoni di Bill Fay non si possono spiegare. Se uno non le capisce da solo, è meglio fermarsi e aspettare. Prima o poi arrivano. Al cuore.
Dice che Bill Fay è il Josef Zimmerman di "Io non sono come te". Quello vero...

 

“You can’t buy and sell the clouds…”

 

“Bill Fay’s first album in 41 years is astonishing” – MOJO

“The humble master of English song” – UNCUT